La scheda del film e gli ospiti del 27 aprile

SOTTO LO STESSO CIELO 

PERSEPOLIS 
Francia/Usa, 2007 - 95' 
Regia: Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud 

Teheran 1978. Marjane, otto anni, pensa al suo futuro e sogna di essere un profeta che salverà il mondo. I suoi genitori, moderni e colti, la spingono a seguire i movimenti che porteranno alla rivoluzione e alla caduta del regime. Dopo qualche tempo, vista la sua posizione da ribelle, i genitori la mandano in Austria per proseguire gli studi.


RASSEGNA STAMPA
E se sotto il profilo qualitativo la pellicola è ineccepibile, sotto quello tematico lo è ancora di più. La storia di Marji è il cammino iniziatico di una bambina messa subito di fronte alle difficoltà della vita, alla morte, al declino inarrestabile di un Paese e dell'umanità che lo compone. Eppure proprio per questo motivo, "Persepolis" non è altro che un partecipato inno alla vita e alla libertà, che urla contro le discriminazioni (islamiche od europee che siano) in favore di un mondo attento alle persone e ai loro bisogni e desideri. Tutto questo con un tono ironico ed innocente (ma mai retorico) che man mano acquista la consapevolezza della maturità, con inserti drammatici veramente notevoli ed una sintesi visiva che lascia stupiti per la sua capacità di comunicare emozioni con pochi segni, con pochi colori. Matteo Contin – Pellicola Scaduta.it
Il bianco e il nero essenziali isolano con precisione la questione universale della libertà e quella specifica dell’emancipazione sessuale della donna islamica. Non aspettatevi ilarità da questa Mafalda iraniana bidimensionale: il film ha momenti di reale scoramento. Quello di chi è esule in terra straniera e oppresso nella propria. Persepolis è un’opera sull’inaccettabile ingiustizia dell’esilio, che i tratti sicuri ma lievi di un disegno poetico, semplice, riescono solo in parte ad alleviare. Raffella Giancristofaro – FilmTV

Non bisogna però illudersi che la Satrapi e Parranoud scelgano di raccontare una storia a senso unico volta solo ad evidenziare i difetti e i problemi di una vita sotto un governo totalitario: nel corso della narrazione infatti vengono sbalzati e definiti i contorni anche di una società occidentale poco pronta all’accoglienza, apparentemente comprensiva salvo poi rivelarsi chiusa nelle barricate dei luoghi comuni e del pregiudizio. Marjane si trasforma così in un’eterna straniera: sebbene il mondo arabo con le sue imposizioni le vada stretto, la ragazza non si sente a suo agio, e tanto meno compresa all’interno delle salde roccaforti europee. Priscilla Caporro – Spietati.it

INTERVISTA A MARJANE SATRAPI
Il film non dà giudizi, non dice “questo è giusto, questo è sbagliato”, illustra solo i tanti risvolti di una situazione. Non è un film orientato politicamente, che vuole schierarsi. E’ prima di tutto e soprattutto un film che racconta il mio amore per la mia famiglia. Comunque, se il pubblico occidentale imparerà a considerare gli iraniani esseri umani come tutti gli altri, e non nozioni astratte come “fondamentalisti islamici”, “terroristi” o “l’Asse del Male”, allora sentirò di aver fatto qualcosa di buono. Non dimentichiamo che le prime vittime del fondamentalismo sono gli stessi iraniani.
La storia del nostro paese è stata raccontata con tanti clichè, ho voluto chiarire che mio padre non viaggia con i cammelli e non ha otto mogli. Al momento nel nostro paese non c'è libertà d'espressione. Accetto le critiche, ma racconto la realtà. Non posso tornare nel mio Paese al momento perchè mi è stato detto che potrei subire spiacevoli conseguenze. Il mio lavoro è quello d'incoraggiare le persone a lottare e voglio continuare a lavorare in libertà.
Tutti conoscono quello che abbiamo mostrato, e non siamo né storici né sociologi. È la mia storia, un punto di vista del tutto individuale. Quando ci si mette in scena in maniera tanto franca, assumere questa soggettività è molto più facile e più furbo, poiché non si tratta di un documentario su un popolo. Un popolo è grande, è il contrario dell’individuo. È pieno di idioti, di gente a posto, di delinquenti. Ovviamente, si tratta di un film che distrugge i cliché sull’Iran, questa storia dello shock culturale. La cultura non ha frontiere, e se ci sono, sono fra gli stronzi e gli altri. Credere che tutti gli idioti siano nello stesso posto è la base del fascismo: "Andiamo ad eliminare gli stronzi e viviamo tra di noi, gente per bene". Però poi questo è complicato, ed il film lo mostra bene. Il malvagio del film non è il villano barbuto. La persona che commette un atto atroce è quella che consegna un poveraccio a un guardiano della rivoluzione. E si tratta di nessuno, di me. Ed è per questo che Persepolis non è un cartone animato stereotipato, non ha eroi, non ha azione eroica.

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